Laboratorio di storia di Rovereto
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IMI, Internati Militari Italiani
8 settembre
2013

Internati militari italiani (Italienische Militär-Internierten) furono denominati dai tedeschi i soldati italiani fatti prigionieri dopo la proclamazione dell'armistizio, l'8 settembre 1943

Oltre seicentomila uomini chiusi nei campi di concentramento del Reich a languire di inedia o a lavorare come schiavi nelle miniere e nelle fabbriche di guerra.

Più di quarantamila morirono di fame, di malattia, per sevizie, esecuzioni sommarie, sotto i bombardamenti.

La stragrande maggioranza si rifiutò sempre di combattere e comunque di collaborare con i tedeschi e con i fascisti.

I nazisti non vollero qualificarli «prigionieri di guerra» per sottrarli al controllo e all'assistenza degli organi internazionali previsti dalla convenzione di Ginevra del 1929. Dovevano subire il «castigo esemplare» promesso da Hitler agli italiani "traditori".

Dal diario di Giorgio Raffaelli, prigioniero ad Ari Lager (Deblin): Il 13 dicembre 1943, all'adunata, ci viene comunicato che la Croce Rossa Internazionale non può interessarsi a noi, perché siamo "Soldati di Mussolini ospiti dei Tedeschi in Germania".

* * *

La mostra allestita al Mart è stata una finestra aperta, 70 anni dopo, su una pagina forse non sufficientemente approfondita nella storia terribile della seconda guerra mondiale. Pagina che si apre con le stragi di migliaia di soldati italiani disarmati, compiute dalla Wehrmacht in Grecia e nei Balcani, e si chiude con la brutale esecuzione di centinaia di IMI a Hildesheim e Treuenbrietzen.

Per realizzarla sono stati utilizzati esclusivamente materiali dell'epoca, proposti nella loro semplicità e integrità. Materiali riportati in patria dai più fortunati tra i 10 mila soldati trentini che hanno vissuto, da IMI, l'esperienza del lager.

La maggior parte delle fotografie presenti nella mostra sono state scattate clandestinamente nei campi da Vittorio Vialli, tenente di Fanteria, trentino. Fosse stato scoperto, sarebbe stato immediatamente passato per le armi. Lo sapeva, ma ha compiuto fino in fondo la sua opera di documentazione e ha riportato a casa un tesoro di oltre 400 negativi.

Le parole che accompagnano le immagini sono tratte dai diari scritti da ufficiali e soldati durante la prigionia o sono frammenti di lettere spedite dai campi ai familiari

Accanto a piccoli oggetti di uso quotidiano, ai quaderni, ai disegni (vere e proprie reliquie laiche di una lunga stagione di sofferenza) un altro inestimabile tesoro. Decine e decine di biglietti gettati dal treno da uomini diretti verso i lager e che si affidavano alla buona volontà di chi li avrebbe raccolti per far avere notizia della deportazione alle famiglie, ignare di tutto.